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Qualche tempo fa, Padre Lino Spezia ha raccontato che noi italiani siamo un popolo che, spesso, si lamenta. Quando, infatti,  si chiede a qualcuno “come va”, spesso si risponde che “va tutto bene”, poi, però, si snocciola una lunga litania di cose che non vanno affatto bene. Il missionario, quando è tornato dal Sudafrica, ha pensato che se gli italiani, per primi, si lamentiamo costantemente di qualcosa, cosa dovrebbe dire, allora, la gente che vive nelle altri parti del mondo?

Padre Lino Spezia presta servizio da diversi anni presso l’Associazione Comboniana Servizio Emigranti e Profughi – ACSE. E’ giuntoin questo centro, fondato ormai cinquant’anni fa dall’intuizione di Padre Renato Bresciani, espulso dal Sudan, che da sempre si è preso cura, in particolare degli studenti. La scuola d’italiano, infatti,  è la principale attività dell’Associazione. All’interno della stessa, vi sono anche otto équipes internazionali per il sevizio dentistico (metà giornata alla settimana viene dedicata alle cure dentarie). Si svolgono, inoltre, un corso di inglese e un corso di  informatica (il primo a nascere in Italia).

I comboniani nascono dall’intuizione di Daniele Comboni, pioniere dei missionari, vissuto dal 1831 al 1881, che, fin da giovanissimo, ha manifestato la sua passione per l’Africa. Partito a venticinque anni per il continente nero, ad ogni spedizione ha visto morire più del cinquanta per cento dei missionari. Ha sempre voluto costruire scuole, per preparare la gente attraverso lo studio. Ha lavorato per ben undici Università, dando importanza anche al ruolo della donna che, secondo lui, avrebbe dovuto avere il necessario bagaglio didattico, l’istruzione adeguata per poter fare il suo stesso lavoro con le persone.

Padre Lino Spezia, anch’egli con la vocazione del missionario, è stato in Uganda, coinvolto in sparatorie e tragedie. Ha visto morire una delle suore della sua missione, che non potrà mai dimenticare: in data 10 agosto 1981 è stata uccisa Suor Liliana Rivetta. Si ritiene fortunato, Padre Spezia, posto il crudele, doloroso contesto vissuto in Africa, in cui hanno perso la vita ragazzi, adulti, catechisti, preti, senza nemmeno la possibilità di essere seppelliti.

A suo dire, la gente che viene via dall’Africa, lo fa a malincuore. Vorrebbe rimanere nella propria terra ma si trova costretta a scappare. A causa della mancanza di pioggia nell’Africa centrale, non ci sono raccolti, da bere, non si trova da mangiare. Il dramma della fame è sempre più accentuato. C’è gente senza futuro. Non si deve dimenticare che la maggior parte degli africani vive con soli settanta centesimi al giorno. 

Molti di coloro che giungono in Italia, sono discriminati per motivi religiosi, per l’orientamento sessuale, per ragioni politiche. Non sanno cosa sia la pace e cercano solo un futuro migliore.

Padre Spezia sostiene che noi italiani abbiamo una percezione sbagliata dei migranti, dettata dalla paura dell’altro; ciò ci porta a creare muri, anziché costruire ponti. Blocchiamo, quindi, queste persone che subiscono torture, hanno trascorsi alle spalle che non possono augurarsi a nessuno, preferiscono morire nel mar Mediterraneo che in Libia o in Etiopia.

Per il Direttore dell’Acse “tutti noi  abbiamo una responsabilità grande, posto che viviamo nel benessere; non è difendendo questo benessere che riusciremo a preservarlo. Il Vangelo ci dice che non avremo più niente in cuore. Gesù dice: dove è il tuo cuore è il tuo tesoro. Noi italiani non siamo capaci di dire grazie. tendiamo a dire quanto le devo? Ma questo non è sinonimo di grazie e quando manca il grazie nel nostro linguaggio, vuol dire che pretendiamo”. 

Il missionario asserisce che proprio gli italiani, che in passato hanno vissuto l’esperienza di essere migranti, debbano ricordarsi della solidarietà.

Quando, parlando con Padre Lino Spezia, si tocca l’argomento “Papa Francesco”, il Santo Padre viene definito dallo stesso come il vescovo del sud del mondo, il portavoce, la punta, anche se dietro di lui c’è una moltitudine di gente che sta dando la vita, appunto, nel sud del mondo

Bergoglio sta aprendo le porte della chiesa, dei nostri cuori. E’ un Papa che è accolto tra la gente perché accoglie lui nel suo cuore. 

Padre Lino ha incontrato Papa Francesco quattro volte. Precisa che l’ultimo incontro sia stata il più bello, posto che lui stesso si sentiva sereno,  disposto a raccontare. Ha perfino consegnato una lettera al Santo Padre, che accenna all’Acse, chiedendogli di benedire l’associazione a favore dei migranti. 

Il nostro Papa è l’uomo della beatitudine. Vive, cioè, la beatitudine dell’accoglienza, dell’ascolto. Quando incontra qualcuno, è solo per quel qualcuno e concede tutto il tempo di cui si ha bisogno, senza guardare l’orologio. Passa ad una successiva persona soltanto quando ha finito con la precedente. Ascolta. Il missionario ha avuto l’impressione che il Papa sia l’uomo della semplicità del cuore, che entra in dialogo con tutti, facendo sentire chiunque sul suo stesso piano. Dio, in fondo, si serve sempre delle persone che hanno un cuore grande.

                                                                                             AVVOCATO PITORRI